RITA VITALI ROSATI Perfect Number, Sponge Arte Contemporanea

Secondo Moliere, l’aspirazione delle donne è di ispirare l’amore. E il lavoro di quasi tutte le artiste donne nella storia dell’arte lo dimostra. L’amore è per una donna una linfa, ma spesse volte lo è anche o soprattutto l’amore mancato, l’amore che non c’è, l’amore che fugge, che se ne va e lascia un vuoto. Da Artemisia Gentileschi a Frida Kahlo, l’amore, positivo o negativo – specialmente negativo – è la trama irrisolta di un romanzo che si srotola per tutta la loro ricerca. Dalla violenza al tradimento, le artiste, le poche del passato e le tante del contemporaneo, hanno bisogno di uno strumento creativo per liberarsi, depurarsi, riempire le cavità dei loro sentimenti, trovare uno sfogo alla loro delicatezza inerme, che avrebbe bisogno di protezione invece che di abbandoni e di solitudine.

Una donna lo sa, non c’è solitudine peggiore del dormire sole, ed è proprio questo che rappresenta l’artista di questo progetto, Rita Vitali Rosati, che semi-svestita dorme su un letto stringendo le coperte piegate come se fossero un corpo. E’ un lavoro duro, sconfitto. L’artista di avviluppa e intreccia alle coperte come forse qualunque donna che dorme sola, con l’illusione, nel buio e nella stanchezza che offuscano i sensi, che quello sia il loro uomo. Il letto diventa così il simulacro di un sentimento irrealizzato, di questo sogno tramutato in incubo, di questo amore idealizzato, pensato, desiderato, sofferto. Che non c’è. E’ il vuoto, e infatti sul letto è appesa una foto di un altro letto, sgombro, per sottolineare quest’assenza pesante a cui si unisce la scritta proiettata sul muro “Verrei ma non posso”, che esprime una sessualità arrestata, bloccata, come morta dentro alle ferite dei sentimenti, precipitata irrimediabilmente.

E’ significativo che l’artista e performer della stessa sua opera sia una donna più che matura, arrivata a un punto di saturazione del desiderio espresso invano, dello sfiorire delle illusioni, oltre l’età in cui i sogni di ragazza sono ancora vivi, oltre alla ricerca del principe azzurro che protegge, che salva, che ama. Il simbolo di questa volontà irrisolta, persa, ferma nel tempo alla ricerca di un lieto fine che sembra non debba mai arrivare, è affidata al simbolo del letto. Torna in mente ancora una volta Frida Kahlo, il gran numero di letti da lei dipinti, sia come segno passionale sia come compagno indivisibile delle sue malattie che l’hanno immobilizzata per lunghi periodi durante tutta la sua vita. Particolarmente esplicativo per il legame che voglio creare tra la sua poetica e quella dell’intervento di Rita Vitali Rosati, è l’opera “Qualche piccola punzecchiatura”, del 1935, eseguito quindi nel periodo di separazione tra Frida e suo marito Diego Rivera. Il quadro prende spunto da una storia di cronaca che l’artista riprende riportandola a se stessa e al suo compagno, dipingendosi in un letto nuda, tagliata, straziata, seviziata, completamente insanguinata, mentre il suo uomo la guarda con un coltello in mano e l’aria indifferente, anzi, persino con un punta di soddisfazione.Sono molte le donne artiste che hanno raccontato il proprio dolore autobiografico, che hanno usato la propria vita come produttrice di arte. Due esempi tra tutti: Nan Goldin con i suoi diari visivi sulle relazioni umane e Tracey Emin che disegna o ricama le proprie esperienze sessuali, compreso lo stupro subito a tredici anni. Filo di unione tra tutte è una concenzione paradossalmente poco romantica della vita di coppia, dell’incontro femminile- maschile, dove la felicità è un misero rimasuglio di una lotta senza quartiere, sfiancante, deludente, alla fin fine anche inutile se non fosse inevitabile. Le donne vivono l’amore in modo crudo, coscienti dell’abbandono in agguato, coscienti di essere viste spesso come oggetti, di essere prese e lasciate, conquistate e poi evitate. Non sempre. Ma quanto basta.

Carolina Lio


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