UNTITLED: Cantiere aperto per progetti innovativi nell’arte contemporanea.
di Irene Brunello.

PROGETTO DI TESI DI LAUREA MAGISTRALE IN ECONOMIA E GESTIONE DELLE ARTI E DELLE ATTIVITA’ CULTURALI (Ca’ Foscari – Venezia)

Giovanni Gaggia – Domenico Buzzetti
Intervista doppia: 23 dicembre 2011.

- Come nasce Sponge e con quali obiettivi?
Giovanni: Riprendo la presentazione che abbiamo nella sezione info del nostro sito:
“Sponge ArteContemporanea è un’Associazione Culturale che nasce nel 2008, per promuovere l’arte contemporanea in uno spazio ai margini del circuito convenzionale. Due sono le caratteristiche che compongono l’essenza di Sponge ArteContemporanea: da una parte la scelta di operare nel territorio della provincia italiana; dall’altra un‘idea innovativa di ricerca artistica che vede curatori e artisti lavorare insieme rendendo incerta la divisione dei ruoli. Questi due elementi si fondono sprigionando una grande forza creativa. Il nostro spazio Sponge Living Space si trova alla sommità di una collina in un casolare di campagna dell’entroterra marchigiano. E’ una vera abitazione, vissuta come tale, che ogni mese apre le sue porte al pubblico con eventi, mostre, discussioni e work-shop. La casa ogni volta si trasforma attraverso queste attività. L’artista e il curatore hanno totale libertà d’azione e il pubblico interagisce direttamente con le proposte artistiche in un ambiente “casalingo” e informale: l’aprire la porta della propria abitazione al pubblico diventa un gesto importante in una società sempre più chiusa in se stessa e ben rappresenta la natura e la direzione di Sponge e del suo collettivo. In questa cornice l’artista espone la propria opera in maniera intima e sincera…entrare in questo spazio privato e per scelta allo stesso tempo pubblico, vuole dire far cadere le difese e accettare una realtà in divenire, inaspettata e umanamente vera.

- Come vi siete avvicinati all’arte contemporanea?
Giovanni: Non è stato un incontro casuale, nessuna porta che si apre improvvisamente. Fare arte è insita nel mio DNA. Aggiungiamoci un po’ di studio, due riviste, un po’ di curiosità, scappando dall’improvvisazione ed eccoci qua.
Domenico: Mi sono avvicinato all’arte contemporanea nel mezzo del mio percorso espressivo, in cui ho sperimentato più linguaggi; da quello sonoro/musicale a quello cinematografico sfociato poi nella video arte, fotografia e performance sonora.

- Qual è l’artista che ha segnato una svolta nel vostro cammino artistico?
Giovanni: Come posso darti un nome secco, una rosa di nomi ciascuno con il suo linguaggio e la sua vita. I nomi si affastellano l’uno sull’altro nessuno vola dalla torre, scelgo un’immagine. Marina Abramovich emerge da un enorme abito azzurro, si muove leggermente, un’architettura di stoffa ricostruisce l’architettura del Guggenheim di New York una seconda pelle, un omaggio a un luogo, un omaggio alla performance, un’unione perfetta tra corpo e architettura. Scelgo la corrente più vicina alle mie corde, è soltanto una questione egoistica e partitica la Body Art.
Domenico: La grande quantità di correnti e di artisti importanti è secondo me sintomo dei tempi contemporanei, in cui non esiste la grande corrente ma generi, sottogeneri e sfaccettature, in cui l’individuo (o ciò che ne resta) è il protagonista. E’ questo sistema complesso che ci ha portato all’oggi dove arte contemporanea può significare tutto.

- L’arte contemporanea è un affare di pochi?
Giovanni: Qualunque sia il senso che attribuisco al termine, affare sempre di pochi rimane.
Domenico: E’ un affare di tanti che vogliono essere pochi.

- Con quali mezzi si può cercare di educare all’arte contemporanea?
Giovanni: Il discorso è complesso, dovremmo partire dai programmi di storia dell’arte nelle scuole superiori compresi gli istituti artistici. Dopo di che scelgo un quotidiano Il corriere della sera con il nuovo inserto lettura mi sembra lo stia facendo bene.
Domenico: Più che educare comincerei con avvicinare i timorosi dimostrando che non c’è nulla di cui avere paura. Questo è un discorso che portiamo avanti con i nostri progetti di affissione pubblica, in cui l’opera viene stampata su manifesto e affissa nelle strade.

- Un’opera d’arte contemporanea acquisisce valori diversi a seconda del contesto in cui è inserita?
Giovanni: Sì certo, questo dipende da che genere di attività fa il luogo dove l’opera viene inserita.
Domenico: Certamente, il contesto non va sottovalutato.

- Secondo voi, i musei d’arte contemporanea sono assimilabili a vuote scatole Brillo?
Giovanni: La tua domanda mi fa pensare che tu ritenga la pop art come una delle correnti più importanti! Non credo si possano assimilare i musei d’arte contemporanea a vuote scatole Brillo. Ho in mente il video dell’ultima importante mostra di Gianni Colosimo al Pompidou di Metz, un progetto strepitoso concettualmente ed esteticamente.
Domenico: Il mondo occidentale è assimilabile a vuote scatole Brillo, invece  a volte nei musei si può trovare altro, o almeno questa sarebbe la speranza.

- Ultimamente si sta assistendo sempre più ad una capillare crescita e diffusione di luoghi alternativi destinati ad accogliere attività artistiche contemporanee; il riferimento va ad ex cascine, ex complessi di archeologia industriale, ex garage.
Secondo voi quanto conta avvicinare l’arte proponendola in luoghi lontani dai circuiti istituzionali?
Giovanni: Non è tanto importante lavorare lontano dai circuiti istituzionali, quanto portare avanti una operazione di ricerca più seria possibile. L’essere lontano dalle così dette capitali dell’arte può essere d’aiuto in Italia, dove il sistema arte contemporanea non naviga proprio in acque felicissime, permette di essere assolutamente indipendenti.
Domenico: Questo sfogo capillare dell’arte può portare a risultati molto positivi. Con i giusti ingredienti si può creare una ricetta esplosiva.

- Arte contemporanea è scandalo, rifiuto?
Giovanni: Scandalo? Non più, fino a ieri scandalo = politica, scelgo per forza rifiuto partendo dal ready made, rifiuto come incomprensione.
Domenico: Ri-fiuto.

- Negli ultimi anni si è assistito all’assottigliamento della frontiera tra mondo ordinario e artistico, affermando che tutti sono o possono essere artisti. Cosa pensate a riguardo?
Giovanni: La domanda è faziosa e tendenziosa. A me sembra che ci sia una grande distanza tra il mondo ordinario e il mondo dell’arte, trovo che la distanza sia aumentata a lunghi balzi. L’arte contemporanea è rilegata in se stessa, chiusa a chiocciola è ad appannaggio di poche persone. Tutti possono essere artisti? Potenzialmente sì, avendo tutti due mani, due braccia, due occhi e una testa, dopo di che, ciò che fa l’artista sono le viscere, la pancia, e questo distingue ciò che è arte da ciò che non lo è (la cronaca, il giornalismo, la comunicazione, l’artigianato o il design). Il pubblico è implicato nell’opera d’arte per forza; dovrebbe esserci un dialogo tra l’opera e il fruitore. Spesso nella performance, esso è parte attiva, diventa materia di costruzione al pari di un tubetto di acrilico.
Domenico: Sì, potremmo essere tutti artisti, ma prima di proclamarci tali dovremmo rifletterci bene. Da quando l’arte è uscita dalla cornice, si può correre il rischio di diventare elemento dell’opera, preferirei però non prender parte a un gioco ma a qualcosa che possa lasciare una traccia dentro di me.

- La vostra esperienza dimostra che nuove realtà innovative e originali possano creare delle sollecitazioni artistiche contemporanee lontane dai circuiti mondani.
Come ne beneficia il territorio di tale ricchezza? E la società che lo circonda?
Giovanni: Il territorio ne beneficia in due modi, con la comunicazione e grazie al pubblico. Le persone che vengono a casa Sponge provengono da tutta Italia, inevitabilmente vivono per il tempo che vogliono i paesi limitrofi. La società che circonda il casolare al momento guadagna soltanto un briciolo di indotto economico, qualche caffè in più nei bar del paesello, abbiamo pochissime frequentazioni locali.. bastano le dita di una mano per contarle.
Domenico: Se un territorio è artisticamente e culturalmente molto attivo può beneficiarne in notorietà. Spesso non ci si rende conto di quello che c’è nella porta accanto, quando accade è frutto della volontà di singole persone.

- L’arte contemporanea è poliedrica e mette a nudo le capacità dell’individuo nel saper essere critico. Qual è la vostra opinione in merito?
Giovanni: Sono assolutamente d’accordo con te. Le arti visive sono un linguaggio autonomo, come tale deve essere in grado di scambiare due chiacchiere da se con il fruitore, dall’altro lato il pubblico deve essere in grado di aprirsi.
Domenico: E’ una paura sbagliata verso il voler esprimere un pensiero. Ci si preoccupa troppo di voler dare la risposta giusta quando non si è capita la domanda.

- Secondo l’opinione di molti, la nostra cultura è ancorata al canone tradizionale di bellezza che spesso collide con il linguaggio artistico contemporaneo.
Concordi o dissenti?
Giovanni: Concordo e rimando il problema allo studio, dopo di che alla frequentazione dei musei d’arte contemporanea. Se hai sempre e solo visto una mela rossa come puoi concepirne una verde?
Domenico: Concordo. Un unico canone è commercialmente valido (ma povero di contenuti) e per questo viene alimentato. Basterebbe osservare per vedere il resto.

- Rivitalizzare un contesto territoriale legato al passato è uno scoglio difficile da superare considerata la riluttanza delle piccole comunità cittadine ad aprirsi al linguaggio artistico contemporaneo. Il problema può essere associato al fatto che per molte persone l’arte contemporanea rimane una questione solo per gli esperti del settore?
Giovanni: Rispondo in modo simile a sopra e rimando ancora la questione alla formazione.
Domenico: Abbiamo un bagaglio culturale legato al passato piuttosto ingombrante, che pare non ci sia più spazio per il nuovo, tanto tutto è già stato fatto, no?
La soluzione è aprire la mente e tutti e cinque i sensi, il resto verrà da sé.

- Secondo voi, quale nome si attribuirà all’arte contemporanea fra cento anni?
Giovanni: Contemporary Art e fra centocinquanta, 当代艺术.
Domenico: Fino alla metà del ventunesimo secolo la chiameranno Contemporary Art, dopo si chiamerà Nu-Contemporary-True-Art.

- Che cosa significa per voi essere contemporanei?
Giovanni: Significa che posso ancora digitare i tasti del mio MAC.
Domenico: Essere in vita mi consente di fare molte cose contemporanee, posso ritenermi soddisfatto.

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