Cosa significa operare lontano dai circuiti culturali consolidati e in un certo senso ai margini del sistema dell’arte?
Lavorare lontani dal circuito nazionale permette al gruppo una straordinaria libertà d’azione e di movimento. Per richiamare una certa attenzione concentriamo il nostro lavoro sulla ricerca. Una ricerca indipendente dalle logiche del sistema. Questa scelta determina una fruizione differente e più attenta dell’opera. Infatti, operando in un sito che non è di passaggio, chi viene a trovarci lo fa appositamente per noi.
Siamo lontani anni luce dall’arte vetrina da copertina patinata.

Come vi rapportate con l’ambiente-territorio in cui lavorate? Come invece con il più ampio panorama nazionale e/o internazionale?
Il rapporto con il locale non è facile, dobbiamo ammettere che in questo ultimo periodo, dopo quattro anni, finalmente il nostro lavoro è stato riconosciuto sia dal pubblico sempre maggiore, che dalle istituzioni, mai cercate. Più facile è rapportarsi con il panorama nazionale, dove si respira un’aria meno pesante ed una necessità forte di cambiamento, infatti, il gruppo fin da subito si è posto come tavolo d’incontro e di discussione, per tornare ad un arte più vera possibile. Ancor più semplice è relazionarsi con realtà internazionali, dove i rapporti sono più semplici e la quello che conta più di ogni altra cosa è il lavoro.

Quali sono le vostre risorse e potenzialità e al contempo le criticità e i problemi a cui far fronte quando ci si confronta con un contesto provinciale?
Le nostre risorse…Vediamo ci siamo autofinanziati, non abbiamo mai chiesto sponsorizzazioni, private, tanto meno pubbliche, non abbiamo una bandiera politica, tutto ciò ci ha permesso di muoverci velocemente e di pensare solo al lavoro ed alla creazione di un gruppo solido. Il primo problema è stato quello di studiare un efficace piano di comunicazione, che potesse darci una certa visibilità. A tal proposito sono stati realizzati un sito internet, che nel corso del tempo, è diventato sempre più completo ed attivo e dei piccoli gadget per far si che la gente si potesse ricordare di noi. Non meno problematica è la difficoltà per raggiungerci, quindi la viabilità, gli spostamenti difficili e i corrieri che non trovano mai la sede. Ma chi ci cerca veramente ci trova, è questa la nostra forza.

Quale ruolo avete (culturale, sociale, economico) nel vostro territorio e come lo avete raggiunto o state tentando di raggiungere?
Dal punto di vista culturale, siamo al momento una delle poche strutture, potremmo dire anche l’unica ad occuparsi in maniera costante di arti visive contemporanee, portando artisti da tutta Italia e non solo. Dopo le inaugurazioni, stimoliamo la discussione e la conoscenza, grazie ad una lunga cena spartana proprio nella casa in cui è stata allestita la mostra. Dal punto di vista sociale, cerchiamo di promuovere al meglio gli artisti. Per quanto riguarda il lato economico, potremmo essere una risorsa per il nostro territorio, in quanto il pubblico che partecipa alle mostre è spesso di fuori ed è costantemente alla ricerca di tipicità locali.

Qual è il pubblico a cui vi riferite e con cui vi volete confrontare?
Noi vorremmo confrontarci con tutte le tipologie di pubblico, ci rendiamo conto che il confronto al momento è soltanto con un pubblico colto e molto curioso.

Quanto è importante attrarre e coinvolgere un pubblico locale, a volte anche ristretto, in un momento in cui l’Italia sembra ancora puntare ai grandi eventi e al turismo culturale di massa?
Come abbiamo già detto prima non è facile coinvolgere un pubblico locale, abbiamo però degli aficionados “autoctoni” che ci seguono e ci sostengono sempre. E’ importante coinvolgere un pubblico locale e non, la nostra nazione prova a puntare ai grandi eventi ma quali sono rimasti? Forse è il momento, già passato, di guardare ciò che succede al di là della frontiera, al di là del Mediterraneo, di confrontarsi e di lavorare, lavorare e lavorare. Il pubblico prima o poi arriva , uno alla volta e piano piano.

Ad oggi sembra evidente l’operato fondamentale di ricerca e sperimentazione che stanno portando avanti le piccole realtà rispetto ai grandi centri, alla luce di questo come pensate di contribuire ad arricchire e approfondire il discorso sul contemporaneo?
Se non lo pensassimo avremmo già chiuso la baracca tempo, anni fa… L’arte si è trasformata in un circo incosciente, una pista rotonda chiusa, piena di luci, coriandoli e vestiti colorati, uno spazio meraviglioso ma spesso vuoto. Noi vorremmo riempire questo vuoto con un forte contenuto.

Credete che un’istituzione culturale, di qualsiasi natura, possa e debba contribuire a definire o guidare l’identità di un territorio? Come?
Se un territorio è privo di identità, se non ha nulla di particolare pregio, un’istituzione culturale aperta al confronto e alla ricerca costante, può diventare la punta di diamante di uno specifico luogo.

Quale progetto che avete sviluppato ha coinvolto particolarmente il territorio e gli abitanti? In che modo?
Castello 10 e lode, dove la preview è stata fatta alle 5 del mattino in montagna, preceduta da una cena in un rifugio e la notte in tenda. I progetti d’affissione pubblica, che attraverso l’uso del manifesto, quale mezzo di comunicazione popolare, ci ha permesso di realizzare una sorta di “attacco dell’arte contemporanea”, nella quotidianità del nostro territorio. Infine, Le Petit Poucet, in occasione del festival Poiesis a Fabriano, in cui la necessità di rendere più democratica la fruizione dell’arte contemporanea, alcune dimore ed esercizi privati hanno aperto le porte al pubblico per ospitare mostre con concept site specific.

Come descrivereste l’attuale condizione dei centri “minori” di arte contemporanea?
Dovremmo descriverne uno a uno entrare nello specifico dei singoli centri. In generale, facendo riferimento alla nostra esperienza preferiamo la linea dei giovani spazi e delle associazioni culturali, maggiormente volti alla ricerca e aperti alle contaminazioni tra le varie forme d’arte. Alla fine di questa chiacchierata non farei più alcuna distinzione tra centro minore e non, ci soffermeremo solo sulle attività che ci piacciono e che ha nostro avviso hanno una caratteristica speciale che le fa emergere. Molte di queste sono dirette proprio da artisti che ne sono parte attiva.
Zelle Arte Contemoranea di Federico Lupo a Palermo, LEM a Sassari diretta da Giovanni Manunta Pastorello, lo Spazio Ferramenta a Torino, il CRAC di Cremona presieduto da Dino Ferruzzi, il nuovo progetto milanese Dèclic di Flavia Fiocchi e Francesco Sala, White.Fish.Tank diretto a Ljudmilla Socci ad Ancona e Scatola Bianca presieduta da Martina Cavallarin che ha la sua base a Milano e si espande ovunque.
Troviamo inoltre di pregio l’ultimo sforzo della Lipanje Puntin dove con una grande mostra “Il fuoco della natura” curata da Marco Puntin e Jonathan Turner a Trieste, varca la frontiera con 82 artisti internazionali, alcuni dei quali sloveni, dimostrando la voglia di creare un ponte necessario in uno dei territori più importanti di confine italiano.

Intervista curata da Loretta Morelli nell’ambito del progetto “La Kunsthalle più bella del mondo”, Fondazione Ratti, Como

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