I cabinets sono stati per lungo tempo i luoghi di studio della storia naturale, luoghi dove raccogliere reperti esotici, rari e meravigliosi, creati dalla natura o realizzati dall’uomo. Intorno a questa pratica, estremamente diffusa a partire dal XVI secolo, si concentrava l’intero atteggiamento culturale di una società, l’approccio al comportamento della Natura in relazione col divino o indipendentemente da esso. Ronaldo Aguiar, vorace collezionista e manipolatore di immagini, non si sottrae al fascino che ancora oggi possiede quel genere di oggetti, e ricrea metafisicamente un personale catalogo di “curiosità” fotografando e poi manipolando una collezione di scheletri, conchiglie, lepidotteri, coralli, ossa, carcasse. Il fascino e l’interesse, nell’artista-studioso, scaturiscono non solo dall’immaginario esotico, dal carattere insolito, ma soprattutto dal carico simbolico che questi reperti possiedono – la potenza di memento mori che sottolinea la caducità delle cose.

Aguiar sceglie esemplari un tempo viventi, da sempre strumentalizzati per il piacere dello sguardo e dell’intelletto umano, e amplifica il loro status di reliquie. Egli attualizza l’approccio al reperto, alla reliquia aggiungendo alla multiforme bellezza che questa possiede la riflessione sul potere dell’uomo di intervenire sulla natura e manipolarla “in una commistione di meraviglia, paura, rispetto e arroganza”[1]. Con un’operazione di contrappasso, utilizzando il ricamo (che normalmente unisce, lega, costruisce, ma che qui arriva a costringere) Aguiar dichiara la consapevolezza del potere che l’uomo ha di plasmare la natura a suo piacimento. I fili colorati ricamati su queste immagini sono allo stesso tempo nuovi tèndini e nuove cicatrici, nuovi piumaggi e nuovi vincoli, i fili di un guaritore e di un manipolatore.

Non si può fare a meno di considerare questi interventi, così invasivi, a volte violenti come nel Pellicano che ha il becco sigillato, atti di ricerca di una bellezza ulteriore: i Pesci, con le code impercettibilmente solcate da fili d’argento, o le Falene, imbrigliate da sottili fili d’Oro, sono forse gli esemplari in cui Aguiar raggiunge la più raffinata delicatezza. Sono code e ali che non sbatteranno più, ma come nella antica pratica giapponese di riparare le ceramiche rotte con l’oro, questi oggetti un tempo viventi si ritrovano delle cicatrici preziose, che non cancellano la rottura (qui, la morte) ma la accentuano e la sublimano.

La fascinazione per i simboli di morte, questa curiosità dal sapore ottocentesco, quasi neogotico, si riflette anche nella cifra stilistica degli scatti. I tendaggi che fanno da fondale, la luce naturale, le sfocature e il mosso rimandano ai vecchi atelier, a quella fotografia pittorialista della metà del XIX secolo che ricreava con l’impressione fotografica gli effetti della pittura – effetti che Aguiar enfatizza con la stampa su carta cotone, dalla consistenza granulosa, opaca, morbida. Le immagini sono poi lasciate senza cornice, libere di fluttuare allo spostamento dell’aria, in una sorta di ultimo, romantico e forse ingenuo tentativo di rendere alle creature la libertà.

Giovanna Giannini Guazzugli

 

[1] Parole dell’artista.

I vincitori del PREMIO ORA Ronaldo Aguiar e Saba Masoumian in mostra a Casa Sponge – comunicato stampa

I Commenti sono chiusi

Iscriviti alla Newsletter!
Categorie
Archivi
Questo sito utilizza i cookies - This website uses cookies
OK