SOLVE ET COAGULA

L’oscurità è liquida e iridescente, dalla consistenza di rubino.
Si sta come dentro il ventre caldo della terra.
Il cibo, il vino di un profano rito collettivo, si fanno tramiti, canale inatteso di esperienza, di condivisione, di un percorso dionisiaco di destrutturazione e intensificazione quasi panica della realtà, di lucida alterazione. Essa è etimologicamente mutamento, trasformazione che allontana dalla propria natura, che rende diversi dalla propria condizione abituale. Proietta altrove.
Sottende dialetticamente il concetto di omeostasi, la stabilità di funzioni di un organismo al variare delle condizioni esterne. Questo corpo, tuttavia, non è più un organismo, di organi e funzioni ma tempio di generazione del simbolon che è legame, rimando e del dià –ballo, dell’esplorazione del doppio, del ribaltamento, della divisione.
La percezione è dilatata e plurale, sinestetica; il corpo diventa pesante e imminente, concreto, medium, territorio di carne e sangue, liminale, di attraversamento di confini; un corpo orifiziale, permeabile che sa trattenere odori, suoni, sapori, una membrana trasparente e porosa. Senziente e sacro, significante e generante significati, veggente, ambivalente, ulteriore. Una “infralingua”, come lo chiama Galimberti, che consente di generare il senso dai sensi. Questo linguaggio di legami è dionisiaco, permette che “il soggettivo dilegui nel completo oblio di sé. (…) Sotto l’incantesimo del dionisiaco non solo si riallaccia il legame fra uomo e uomo: anche la natura estraniata, ostile o soggiogata celebra la sua festa del perdono con il figlio smarrito, l’uomo” ( F. Nietzsche).

Solve et coagula. È l’imperativo alchemico di dissolvimento necessario alla materia per divenire altro. Poi di condensazione e rigenerazione.
Deflagrazione e spostamento in dimensioni percettive alterate, plurali, dionisiache dunque, adiacenti alle corde interiori, conniventi alle dimensioni del corpo. È la dialettica creativa degli interventi artistici di Tiziana Contino e Giovanni Gaggia.
Il candore è clinico, chirurgico, asettico, fulgente. Lo spazio è saturo, vibrante. Neutralizzato e negato nella sua tridimensionalità di contenitore, si misura per concentrazione, per palpitazioni febbrili. Per trasalimenti, attraverso un ossessivo spostamento uditivo di prossimità e lontananza. Si sta come in attesa di un accadimento fatale. Il lavoro video di Tiziana Contino è la cristallizzazione in telecamera fissa di un legame inquietante tra gli accadimenti. Nesso di causalità è proprio la relazione, il rapporto che connette un atto o un fatto all’evento che vi deriva, secondo una prospettiva dinamica di volontarietà dell’actum di un “ corpo in situazione” (U. Galimberti) che è l’unico vivo, di turbamento di una omeostasi.
Una linea di delimitazione, un altare, uno schermo dalla fragilità vitrea, una struttura ordinata e verticale di bicchieri vuoti costruita lentamente, metodicamente intorno ad un corpo. È l’intervento esterno, il concorso di complicità, imponderabile perché invisibile. Il delitto perfetto, l’assassino senza movente.
Il vetro sa essere il grado zero, sterile, della materia, fluido fisso, “lascia trasparire solo il segno del suo contenuto” (Baudrillard). Contiene il vuoto.
Poi il corpo-femmina raccolto, immoto, concentrato, teso,“ privo di identità sociale; il volto dell’individuo è scomparso, rimane un corpo generico, bendato (…) il corpo diventa simbolo di una rivolta di sottrazione” (Galimberti). Escluso lo sguardo, bendato il corpo come una ferita. L’artista sembra sottrarre l’identità per lasciare il gesto, l’atto volontario che porta tuttavia con sé una carica di incontrollabilità delle conseguenze. È un corpo che manifesta sé stesso, si porta ad esistenza. La condanna è l’inafferrabilità, l’imperscrutabilità misteriosa di altri atti concorrenti.

Resta la deflagrazione, l’atto traumatico e disintegrante, definitivo, la dispersione delle energie in una esplosione che lascia una alterazione della realtà in frammenti sparsi. Acuminati e baluginanti. Come lame. Solve…

Et coagula. “Un’esplosione serve a rilanciare un ciclo, e debordare dai limiti serve per padroneggiare la novità degli elementi” (Galimberti). L’ intervento performativo di Giovanni Gaggia sembra rigenerare ritualmente un senso dalla carne viva, dalla ferita aperta. L’alterazione diviene una attività di generazione, di sintesi simbolica. Un lenzuolo candido, come un sudario, in ostensione, supporto che media e consente una presenza ectoplasmatica in bianco e nero, da tavola anatomica, analitica, da dissezione. Il moto è l’inversione, il rovesciamento oscuro, restituire consistenza liquida di impronta all’imago. Lasciare traccia, presenza. Come nel mito dionisiaco di ricomposizione del dio fatto a brani a partire dal cuore caldo, sacro, prezioso che sfugge al sacrificio della carne, l’artista traccia con il sangue contenuto in un decanter i contorni, la sagoma del cuore proiettato. Il disegno è geometria dissidente di rianimazione, gesto significante, intervento diabolicamente innocente e irregolare che asseconda le ombre, plasmandole. È strategia di riappropriazione, di riconoscimento, di rinascita. Celebra una cerimonia profana di ricomposizione, di cura, una nuova sintesi degli elementi dissolti, una rubedo intima e collettiva nel medesimo tempo, singolare e plurale. Non esiste rito senza coralità e alterità, né rigenerazione senza dissoluzione. Il sangue sparso e versato è sacrificio prezioso, ancestrale di dispersione, di nutrimento della terra, è legame e circolazione, ciclicità di un ritorno, è fluidità e mutevolezza di significati. Coagula sulla ferita aperta, diviene concrezione di fragilità.
Una presenza fragile che lascia tracce: del cuore resta l’impronta vermiglia, del sangue la cicatrice d’oro che ricorda la preziosità della ferita.

Simonetta Angelini


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