Essere, non essere, lasciar essere: molteplici problemi che si trascinano dai tempi dei tempi e sempre saranno dell’uomo.

L’essenza imprigionata che scaturisce e si propaga dall’io, nell’io di chi è pronto a ricevere, ma anche di chi non ne ha nessun intenzione.

La forza, l’energia di un gesto, posato sul candore di una superficie dalla quale, in potenza potrebbe scaturire qualunque cosa, compreso il nulla.

Tutte necessità, libere associazioni che sgorgano dal comune vedere, da un volto, da una ruga da un’espressione, purché il punto di partenza non cerchi la verità assoluta, ma sia chiaro che tutto ciò a cui si deve puntare, essendo oggettivi e pragmatici, è la relazione con la più sincera ed umile verità relativa, che vive delle cose comuni, anche piccole e quotidiane, sotto gli occhi di tutti in ogni momento e pedestremente ignorate, per motiv di stile, in favore dei grandi e chiassosi gesti, quelli regolari, che si fanno perché debbono essere fatti, rivoluzioni comprese.

La genialità di Simone Ferrarini cavalca l’onda del suo bisogno di espressione, che non si lascia vincolare da nulla: né dal mercato ne da necessità diverse che non siano le proprie urgenze. Simone Ferrarini vive di pennello e con quello offende e difende: la sua opera parte dall’ora e giunge dopo un iperbolico tracciato, di nuovo nello stesso punto. Una pratica poetica che non è accostabile ad una cantilena ossessiva, ma piuttosto ricorda un ragionamento perfetto, circolare, che ha il suo scopo nell’origine e posiziona ogni suo punto di forza equidistante dal cuore. Per Ferrarini non si tratta di un percorso ragionato, ma piuttosto di una verità inconfutabile, espressa nell’unico modo possibile e conosciuto.

« Dipingi?»- si domanda a Ferrarini e lui risponde «No, pitturo».

Questo il dogma quasi registico dell’artista, il credo sincero dell’uomo che ha lasciato che lo spirito del pennello occupasse l’intera anima; che ha fatto in modo che la propria esistenza sia fatta di pittura e di vita e non di verità da insegnare al prossimo.

La sua ultima fatica è morale oltre che teorica: per Casa Sponge, Ferrarini, riconquista la misura e l’ordine, necessari in un ambiente domestico. E proprio questo rappresenta la vera novità poetica, la rivoluzione profonda operata in virtù del genius loci che aleggia nell’alternanza coloristica delle pareti, asciuga il prezioso lavabo e si riposa sul divano. Uno spirito che si respira e che ti invita a tornare e tornare ancora, che si origina dall’umido della terra e si ravviva nel brulichio operoso degli animali che la abitano e del vento che la modella. Tutti questi motivi sono la prima vera testimonianza del fatto che “la libertà è una forma di disciplina”: Simone Ferrarini segue il suo genio, asseconda l’istinto, sicuro del fatto che il luogo in cui esso lo condurrà andrà bene, anche se non sarà caldo ed accogliente.

Egli utilizza la pittura per necessità, un po’ come tutti i talenti per cui diviene vita; ma per la pittura bisogna avere talento ed essere capaci: le idee non sono sufficienti. Fino ad oggi il gesto di abbandonare una superficie borghese, regolare e pulita come la tela, era quasi necessario per affermare un credo che di colpo, al variare delle condizioni ambientali non ha esitato a tornare sui suoi passi, dimostrando la modernità, la sincerità e l’infinito grado di libertà interiore di un uomo, di un artista, perché – a quanto pare- l’unico credo che conti e su cui si possa contare afferma che proprio “così vanno le cose, così devono andare”.

testo critico di “Così vanno le cose, così devono andare (?). personale di Simone Ferrarini”

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