La personale di Greta Pllana (Albania, 1992,) a cura di Luca Zuccala, a Casa Sponge dal 25 novembre.

Sono spaccati urbani solitari e agglomerati di sentimenti malcelati, riflesso di una persa Albania post-comunista, quelli passati al setaccio dalla lente della pittura di Greta Pllana, sotto il rigido sguardo della tela.

Acide, inquiete, metamorfiche. - scrive Zuccala - Periferie ritagliate su tela, decorate di legittimi spasmi di rimozione collettiva. Divorate dai verdi vescica, bottiglia e da fratture di viola. Condotte con violenza e dolcezza, conciliate di una vena di poesia pastello che addomestica gli spazi muti in una narrazione senza vie di comunicazione. Ma che riesce nell’intento più nobile, senza retorica: quello della necessaria memoria e della lucida consapevolezza, mai sterile e patetica, da cui si tessono gli orizzonti più lunghi e le visioni più accese. Sono spaccati urbani solitari e agglomerati di sentimenti malcelati, riflesso di una persa Albania post-comunista, quelli passati al setaccio dalla lente della pittura di Greta Pllana, sotto il rigido sguardo della tela. Le tragedie della storia e le rimozioni di un Paese intero filtrate dall’occhio critico di una colta pittrice contemporanea. Microcosmi segnati da una vita abusiva, a volte quasi romantica. Spaccati di realtà, viva abbandonata e incolta, cristallizzati nell’acida armonia delle sue orchestrazioni silenti. E attente. Vigili. Sepolte. Intime. Drammatiche e zampillanti di vita nella morte sedimentata dal buio della storia. É il fuoco vegetale della contraddizione e il canto della linfa della geometria. Che invade i piani accavallati. E sfalsa le prospettive schiacciandole in una selva di compenetrazioni liquide dove scivola il carboncino ondivago. Per la sua leggerezza scostante. E il suo sciogliersi a vuoto. Perché si sa che “nella notte galleggiavano i profumi dei fiori”, il resto è storia, che torna e si ripete. Inesorabile. La citazione è il titolo, la mostra, che dalle lontane provincie albanesi si riverbera nei versi di Milan Kundera e sposa gli inserti monocromi di architravi e astrazioni, alla libertà di figure sorde immortalate nel tempo, colte nel momento del respiro. Forse, l’ultimo. O forse, il primo.

PRATICA E POETICA DI GRETA PLLANA, NELLE SUE PAROLE:

Nella mia ricerca artistica quello che ho sempre ritenuto fondamentale, e da cui sono partita, sono state le mie radici. Ho vissuto e studiato in Italia ma le mie origini albanesi sono sempre state presenti in maniera marcata e costante, quotidiana. L’arte mi ha aiutata a risolvere alcuni “problemi” legati alla storia del mio Paese che non conoscevo e in parte non capivo. Il primo passo è stato ricercare vecchie fotografie di famiglia, accompagnando il tutto a lunghe chiacchierate con amici e parenti, i quali mi spiegavano le dinamiche in cui erano cresciuti. Grazie a questo processo sono riuscita a scavare in alcune tradizioni radicate e a un certo stile di vita che fino ad ora non si è mai realmente evoluto, specialmente tra le vecchie generazioni e in alcuni paesini di periferia. Il popolo albanese ha sofferto molto a causa del regime comunista di Enver Hoxha. L’ho capito parlando con i miei familiari non avendolo vissuto in prima persona, ma gli strascichi che ha lasciato erano evidenti anche a me. La parte storica mi interessa per gli effetti che questo ha avuto sulla popolazione e sulle città. Effetti perfettamente tangibili anche oggi. Interessante vedere come pur di cancellare la sofferenza del passato, attraverso un rinnovamento delle città si cancelli la storia che c’è stata. L’Albania dopo la caduta del regime ha subito uno sviluppo urbano selvaggio, naturalmente abusivo. Questa è sicuramente una parte che ha interessato e che continua ancora ad influenzare la mia ricerca. Ma non solo, è oggetto di indagine anche la parte più privata ed intima del mio popolo, delle tradizioni che ho sempre vissuto ma mai capito, e che sono diventate un modo per avvicinarmi e comprendere meglio le mie radici. Il modo più immediato per analizzare, e in parte metabolizzare, queste informazioni è stata ed è sicuramente la pittura. Le mie tele nascono attraverso fotografie che inizialmente trovavo in album di famiglia, che oggi però scatto io. Situazioni urbane che catturano la mia attenzione, come edifici non finiti, diventano i soggetti principali, mentre nel quotidiano della gente che li vive sono inesistenti, nessuno ci fa più caso. Quando vado in Albania mi piace sempre girare per le città senza una meta e scattare foto. A volte nascono delle composizioni molto interessanti, strutture urbane lasciate a sé stesse ma che in un qualche modo riprendono vita grazie alla vegetazione che li ricopre. Mi affascina molto anche questo aspetto, c’è qualcosa di inquieto in queste immagini, infatti utilizzo spesso la natura, intesa come vegetazione, nei miei lavori. Ma le foto che scatto per poi comporre le tele non si rifanno solo al paesaggio urbano e alla sua trasformazione. Amo molto anche gli scatti più intimi, più quotidiani, che possono riprendere momenti di vita legati ad alcune tradizioni, come il matrimonio celebrato in Albania (lo dimostrano le ultime tele) oppure semplici momenti di vita quotidiana che attraggono il mio sguardo. Naturalmente la pittura fa da filtro, è sempre attraverso l’utilizzo del colore e di tratti più o meno delicati che viene fuori la mia indagine, la mia curiosità, la mia personalità. Da un paio d’anni ho iniziato a utilizzare il carboncino, specialmente per la sua velocità ed immediatezza nell’ottenere un’atmosfera, per poi andare sopra a coprire o evidenziare delle parti con i colori ad olio. Il carboncino a differenza dell’olio mi dà una base molto fresca e istintiva che cerco di mantenere poi durante tutto il processo di realizzazione dell’opera.

La mostra è visitabile su appuntamento fino al 30 gennaio 2022. Viene richiesto il green pass

Info e prenotazioni: spongecomunicazione@gmail.com // +39 339-4018011